Quali rischi e opportunità per gli investitori nel contesto economico attuale


Prof. Robert Engle - Premio Nobel 2003

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European Colloquia
Professor Engle, negli ultimi anni abbiamo vissuto crisi di mercato sempre più intense e frequenti, pensa che dovremo abituarci ad un contesto così volatile?

Non penso che queste crisi siano una novità per noi. Il fatto che la stiamo vivendo una nuova fase di volatilità ci fa pensare che questa sia sempre presente, ma non è così. Abbiamo avuto periodi di volatilità veramente bassa che sono durati molti anni a metà degli anni 1990 e a metà degli anni 2000. Non credo che le cose siano cambiate, semplicemente abbiamo imparato molto sulla velocità con cui le crisi possono arrivare e possono crearsi fasi di instabilità. Non credo che le cose siano cambiate, semplicemente abbiamo imparato molto sulla velocità con cui le crisi possono arrivare e possono crearsi fasi di instabilità. Penso che questo sia un segnale per il sistema regolamentare a cui dobbiamo prestare attenzione.

E’ già successo che i mercati fossero volatili in passato, ma la crisi del debito nella zona euro sembra essere senza precedenti così come il declassamento del debito americano. Stiamo effettivamente vedendo sempre più crisi di mercato o semplicemente tendiamo a dimenticare la portata e le conseguenze in termini di volatilità delle crisi del passato?

Se osserviamo i dati, andando abbastanza indietro nel passato alla Grande Depressione del 1929-39, si può vedere che è stato un evento ben più della grande crisi finanziaria del 2008. Naturalmente, il fatto che quella del 2008 sia la più grande crisi in 70 anni ne fa un evento abbastanza importante, ma se si guarda alla storia nel complesso si può dire che abbiamo vissuto diverse crisi come questa. Crediamo di aver risolto i nostri problemi con l'introduzione, ad esempio, della Federal Reserve e delle garanzie bancarie. Crediamo di aver trovato la soluzione, ma in realtà c’è ancora del lavoro da fare.

Quali sono i principali fattori di rischio per i mercati finanziari nel breve e medio termine e in quali aree geografiche crede che si trovino?

Penso che i mercati finanziari oggi si trovino ad affrontare molti rischi, ma anche che questi rischi, che sono più politici del solito, possano essere gestiti. Gli Stati Uniti rischiano di dover affrontare una nuova recessione e allo stesso tempo vi sono forti pressioni per l’adozione di politiche economiche austere. Il sistema politico mostra delle difficoltà che non ho mai visto prima d’ora. Anche attività di routine, come l'aumento del tetto del debito, sono diventate grandi temi di discussione. Abbiamo faticosamente accettato di aumentare il tetto del debito a patto che venisse istituita una commissione che monitorasse il deficit di bilancio e tutto questo è avvenuto in un anno di elezioni che, di norma, si accompagnano a dibattiti politici piuttosto accesi. Temo quindi che i mercati finanziari non abbiamo fiducia che il sistema politico americano possa realmente fare ciò che è necessario. Molti economisti concorderebbero che quel che serve è uno stimolo di breve termine, come una legge sul lavoro, accompagnata da un piano di austerità di lungo termine, che possa contenere la crescita della spesa per l'assistenza sanitaria, i sussidi sociali e l’assistenza ospedaliera. Con questi due strumenti saremmo in grado di evitare una crisi oggi e di aumentare e migliorare la sicurezza finanziaria nel lungo periodo. Ma non mi pare che questo stia accadendo. Credo che questa sia anche la percezione di S&P e degli investitori e per questo il mercato USA ha ceduto ed ha una volatilità così elevata. Per quanto riguarda l’Europa, credo possa essere fatto un discorso simile. La crisi del debito sovrano in Europa è, ancora una volta, un problema risolvibile, soprattutto se si pensa che essa riguarda principalmente la Grecia. La quantità di denaro che ha interessato non è così grande e, se i governi fossero disposti ad attuare interventi coordinati e a stabilire un qualche tipo di interconnessione fiscale e finanziaria, che dovrebbe stabilizzare le cose nel lungo periodo, il problema in Grecia potrebbe essere risolto. I titoli di stato delle altre regioni come Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia e forse anche Belgio e Francia, soffrono per il fatto che l'architettura della zona euro appare inadeguata a risolvere questi problemi. Quindi penso che ci sia una grande componente politica in questo rischio.

Quale pensa che sarà l'atteggiamento degli investitori in questo contesto e quali investimenti verranno favoriti? Possiamo dire che non ci sono più beni rifugio e gli investitori accetteranno tassi reali negativi dal debito sovrano dei mercati sviluppati e dai fondi monetari? Oppure torneranno a guardare al debito dei Mercati Emergenti in valuta locale e alle nuove strategie a rendimento assoluto?

Lei ha elencato diverse possibilità e, probabilmente, gli investitori considereranno molte di queste. Se si riduce l'esposizione al mercato azionario statunitense, ai titoli azionari europei e, magari anche all'euro e al dollaro, allora non resta molto su cui investire. Quindi, penso che nessuno possa veramente permettersi di agire in questo modo. Questo porterà ad aumentare gli investimenti nei Mercati Emergenti e, forse, anche quelli in commodity, anche se queste portano con sé ulteriori rischi in un contesto in cui è ancora possibile che vi sia una recessione. Penso che i comportamenti più diffusi saranno la tendenza a rendere meno rischiosi i portafogli, la riduzione della leva finanziaria e lo spostamento di molte risorse verso attività più sicure nel breve termine. A quel punto, gli investitori accetteranno tassi d'interesse negativi? Potrebbe non essere così insensato. Dopotutto tra un guadagno di 25 punti base per un fondo monetario e una perdita di 25 punti base su un altro fondo monetario non c’è molta differenza.

I Mercati Emergenti sono un tema di lungo termine alla luce delle difficoltà che le economie più sviluppate stanno vivendo? Quali crede siano i rischi e le opportunità collegati agli investimenti in queste aree?

Credo sia interessante il fatto che oggi la volatilità dei Mercati Emergenti è inferiore a quella dei Mercati Sviluppati: è possibile che le autorità di politica economica abbiano fatto un lavoro migliore e che i Mercati Emergenti stiano diventando mercati sviluppati. E’ paradossale pensare che la seconda economia del mondo sia in effetti un Mercato Emergente. Le istituzioni cinesi non sono così ben sviluppate e la Cina ha comunque molte caratteristiche che non si associano ad un mercato sviluppato, ma è molto grande. Anche India, Brasile, forse persino la Russia, sono mercati che stanno acquisendo un’importanza crescente all’interno dello scenario globale. Sappiamo che la volatilità è tipicamente inferiore quando i tassi di crescita economica sono più alti, perché le prospettive macroeconomiche sono migliori. Credo pertanto che la volatilità nel breve termine sia bassa perché questi paesi sono in crescita e anche perché l'incertezza macroeconomica che è così evidente negli Stati Uniti e in Europa, non è altrettanto evidente nei Mercati Emergenti, e questo è qualcosa che dovrebbe farci riflettere. E per quanto riguarda il lungo periodo? Sono preoccupato del fatto che ci sono diversi aspetti dell'economia cinese che potrebbero smettere di funzionare così bene come hanno funzionato fino ad ora. Le banche fanno parte di questi, ma anche questa economia pianificata diventa sempre più complessa da gestire quando aumentano le dimensioni. La Cina è esposta a rischi che possono essere coperti dalle sue grandi riserve di dollari, ma che potrebbero in realtà richiedere l’utilizzo di queste riserve per coprire i rischi che probabilmente sorgeranno nel corso tempo. Anche gli altri Mercati Emergenti hanno i propri rischi e credo che oggi i Mercati Emergenti sembrino meno rischiosi di quelli sviluppati ma questa situazione non si protrarrà nel lungo termine.

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